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domenica 5 settembre 2010   
Le radici gastronomiche

Us vive par magnè o us magna par vivar? ( Si vive per mangiare o si mangia per vivere ?)

Il pasto sulla barca era veramente un rito, con regole precise, che veniva consumato quasi con sacralità, per cui niente veniva sciupato o buttato. Il cuoco della barca (se così vogliamo definirlo) era l’officiante che di volta in volta preparava quel poco (o raramente) quel molto cibo che era disponibile. Il cuoco faceva parte integrante dell’equipaggio e doveva adoprarsi in moltissime altre funzioni, per cui qualche volta la pasta risultava scotta o il pesce bruciato.

La barca partiva all’inizio della settimana, sperando nel vento e nella dea bendata. Non esistevano mezzi meccanici ed elettronici che potessero facilitare il lavoro dei pescatori. Tutto era affidato alla capacità del paron e alla maestrìa dell’equipaggio al fine di prevenire i venti infausti e di individuare i branchi dei pesci. Per tutta la settimana la barca andava alla ricerca di quei branchi che avrebbero sfamato le famiglie, a terra, e che avrebbero permesso di vivere con un minimo di decoro. Dal gonfiore delle reti dipendeva il benessere delle pance.

Se in mare gli uomini avevano dimestichezza con le reti, a terra dovevano cimentarsi (con l’aiuto delle povere mogli) con la carta e la matita per conteggiare pochi crediti e molti debiti. Il denaro contante era rarissimo, pertanto vigeva l’usanza di segnare gli acquisti gli acquisti fatti in bottega su un apposito quadernetto. A fine mese si faceva il conteggio e, possibilmente, si estingueva il debito contratto presso il fornitore. La matita era uno strumento assai antipatico. Pochi avevano frequentato il regolare corso di studi elementari e quando dovevano prendere la matita in mano si trovavano a disagio. Ogni acquisto, come sopra detto, doveva essere registrato sull’apposito quadernetto che ogni famiglia utilizzava per le spese correnti, pertanto dover scrivere i debiti diventava una fatica insopportabile.

La spesa veniva fatta per tutta la famiglia, nei negozi di generi alimentari allora esistenti e il saldo veniva effettuato, previo controllo del quadernetto sopraccitato, quando il paron provvedeva alla divisione del guadagno del pesce pescato. In quel contesto il denaro assumeva un valore diverso da quello attuale e le poche lire intascate erano soltanto il mezzo per assicurare la sopravvivenza della famiglia.

Notti dopo notti trascorse all’addiaccio, giornate assolate, ventose, piovose, nebbiose, momenti di solitudine, d'amarezza a volte di disperazione ma anche scoppi di allegria per piccole cose, o per la cattura di buone prede; sentimenti concreti e vissuti intensamente che riempivano nella buona e nella cattiva sorte la giornata dei nostri pescatori, quando solcavano la vastità del mare.

La notte, fatta per dormire, era il momento più propizio per calare le reti e riempire la barca con quel prezioso pesce che avrebbe poi permesso di cancellare i debiti segnati sul fatale quadernetto, e, durante la notte il lavoro ferveva. Verso l’albeggiare il pescatore adibito alla cucina iniziava la preparazione del pasto, o per meglio dire, si preparava ad officiare il rito del pasto. A seconda delle condizioni climatiche i pescatori mangiavano o sota proa (sotto prua) o sora cverta (sopra coperta).

Il pasto del mattino era molto robusto perché i marinai dovevano recuperare le forze spese durante il lavoro notturno. Il menù non era molto variato, dipendeva dalla quantità e dalla qualità del pesce pescato. Un piatto che però non mancava mai era la pulenta che veniva preparata, dopo aver acceso un robusto fuoco cun i faset (fascine di legnetti) importati dalla Yugoslavia e venduti da Piron d’Belini e da Penso Carlo. Sul fuoco veniva messo un capiente paiolo di rame pieno d’acqua e quando l’acqua giungeva ad ebollizione veniva versata la farina gialla, a pioggia per evitare la formazione di grumi, poi si mescolava velocemente per 45 minuti. Quando la polenta era pronta si versava su un piano di legno per farla raffreddare.

Anche il pane non mancava sulla tavola, ma veniva acquistato da ogni singolo marinaio prima della partenza. La razione settimanale era di circa 2 kg e la pezzatura comune erano i sbuzlè (bracciatelli), che venivano appesi sotto coperta per evitare l’assalto di roditori o degli insetti che vivevano in barca. Il primo piatto consisteva prevalentemente in spaghetti, maccheroni o riso (inutile dirlo) a base di sugo di pesce. Da barattoli contenenti olio o conserva di pomodoro si prendevano le materie prime per soffriggere la cipolla , per poi aggiungere le seppioline, i sardoni, gli sgombri sfilati da crudi, che avrebbero dato sapore e consistenza al sugo che avrebbe insaporito la pasta.

Se la pesca era stata abbondante dopo il primo si mangiava il pesce ai ferri (e pes a e fugon) che consisteva in una grigliata mista di caponi, sgombri, seppioline, canocchie o quant’altro, a seconda della stagione, della quantità e della qualità del pescato. Il pesce cotto rimasto veniva marinato con aceto, olio e pepe e l’intingolo serviva per insaporire le fette di polenta. Raramente veniva preparato anche un fritto misto. Quando v’era un’abbondante pesca di canocchie si sceglievano le più belle che venivano lessate nel paiolo di rame e ricoperte con una rete. All’acqua veniva aggiunto un bicchiere d’aceto poi le canocchie venivano sgusciate sgabusèdi, spolverate di pepe e sale e condite con olio e aceto.

I marinai erano forti bevitori, ma non avevano palati sopraffini e normalmente bevevano acqua e aceto la bvanda (la bevanda). La razione settimanale era di 17 litri per 5 marinai, ma su alcune imbarcazioni si bevevo anche qualche volta acqua e vino e bè.(il bere) Terminato il pasto, a turno i pescatori potevano permettersi un sonnellino ristoratore. Durante la giornata era possibile consumare uno spuntino con gli avanzi e che veniva chiamato e brindì.

Quando le avversità atmosferiche impedivano la pesca o quando per la caduta di vento la bunaza (la bonaccia) non era possibile pescare e venivano a mancare le materie prime per un pranzo accettabile si preparava una specie di bruschetta la danèda, fatta con pane raffermo, cipolla, olio, sale e pepe. Alla sera veniva preparato e brudet (il brodetto) che poteva avere due varianti : cun al sopi (brodoso con pane secco), a la ristrèta ( col sugo ristretto). Nella solita pentola di rame si soffriggeva in olio, la cipolla con la conserva, sale, pepe e un po’ d’aceto. Si aggiungeva poi l’acqua e quando il sugo era pronto si buttavano dentro i tranci di pesce a disposizione. Per il brodetto cun al sopi, il sugo doveva essere brodoso per poter intingere e ammorbidire il pane raffermo, per la ristrèta il sugo doveva essere poco e appetitoso per insaporire le fette di polenta.

Questi erano i piatti base dei nostri vecchi pescatori: pochi ingredienti ma funzionali alla vita che erano costretti a condurre. Negli anni 50/60 venne eliminata la polenta e sparì pure l’aceto come bevanda, comparvero sulle barche anche le prime scatolette e la cucina divenne più simile a quella che si consumava a terra.

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